Pubblicato il Marzo 15, 2024

Dominare un Kilometro Verticale non è una questione di potenza bruta, ma di padronanza dell’economia del gesto e della gestione dello sforzo al limite dell’asfissia.

  • Su pendenze estreme (>20%), camminare spingendo sulle ginocchia è biomeccanicamente più efficiente e veloce della corsa.
  • La gestione dei primi 5 minuti è cruciale: superare la soglia anaerobica in partenza significa accumulare un debito di lattato che compromette l’intera performance.

Raccomandazione: Impara a conoscere il tuo “punto di svolta” (la pendenza in cui passare dalla corsa alla camminata attiva) e tratta i bastoncini come strumenti di propulsione, non di semplice sostegno.

L’immagine è impressa nella mente di ogni appassionato di montagna: il sentiero che si impenna, trasformandosi in un muro verticale. Il fiato si fa corto, i polpacci bruciano e il cuore martella nelle orecchie. Affrontare 1000 metri di dislivello positivo in meno di cinque chilometri, l’essenza di una gara “Vertical Kilometer” (KV), sembra un’impresa riservata a una élite di superuomini. Molti credono che la chiave sia semplicemente avere gambe più forti e polmoni più grandi. Si concentrano su allenamenti estenuanti, cercando di spingere sempre più forte, finendo per “esplodere” a metà del percorso.

Ma se il segreto non risiedesse nella forza bruta, ma nell’intelligenza motoria? Se la vera sfida fosse tecnica, non solo fisica? La verità è che dominare il ripido è un’arte. È la disciplina dell’economia del gesto, la capacità di produrre la massima velocità verticale con il minimo dispendio energetico. Si tratta di sapere quando è controproducente correre, come sincronizzare il respiro con il passo per ritardare l’acidosi muscolare e come trasformare le braccia e i bastoncini da semplici accessori a veri e propri motori aggiuntivi. Questo non è solo trail running: è una forma di alpinismo veloce dove ogni dettaglio tecnico fa la differenza tra il subire la pendenza e il dominarla.

Questo articolo non ti proporrà tabelle di allenamento generiche. Al contrario, smonterà pezzo per pezzo la meccanica della salita estrema. Analizzeremo le strategie e le tecniche specifiche che permettono agli specialisti di “galleggiare” su pendenze dove gli altri arrancano, trasformando la sofferenza in pura performance verticale.

Sommario: Le chiavi per conquistare il tuo primo Kilometro Verticale

Perché camminare con le mani sulle ginocchia è spesso più veloce che correre su pendenze oltre il 20%?

La risposta è una questione di pura biomeccanica ed efficienza energetica. Su pendenze estreme, tipicamente oltre il 20-25%, il costo energetico della corsa aumenta in modo esponenziale. La fase di volo, caratteristica della corsa, diventa talmente breve e dispendiosa da non giustificare più lo sforzo. Mantenere una meccanica di corsa richiede una potenza muscolare e una richiesta di ossigeno che portano rapidamente all’esaurimento. È qui che entra in gioco la camminata attiva, o “power hiking”, con la tecnica delle mani sulle ginocchia.

Questo gesto, spesso visto come un segno di fatica, è in realtà una mossa tecnica da specialista. Poggiare le mani appena sopra le ginocchia permette di creare una leva diretta, utilizzando la forza della parte superiore del corpo per aiutare i quadricipiti nella fase di spinta. In pratica, si trasformano le braccia in un secondo paio di gambe. Studi sulla biomeccanica della salita hanno evidenziato come questa tecnica porti a una riduzione del 15-20% del carico sui quadricipiti, consentendo di mantenere un ritmo costante e potente dove la corsa diventerebbe un ansimante saltellare. Il baricentro del corpo si abbassa, aumentando la stabilità e ottimizzando l’angolo di spinta di anca e caviglia. Il vero atleta vertical non è colui che corre sempre, ma colui che sa esattamente in quale metro passare alla camminata potente per massimizzare la velocità verticale.

Identificare il proprio “punto di svolta” personale, ovvero la pendenza esatta in cui questa transizione diventa vantaggiosa, è un elemento chiave dell’allenamento specifico per il KV.

Come usare i gradoni o le scale per simulare il Vertical se vivi in città?

Non tutti hanno la fortuna di vivere ai piedi delle Alpi. Per chi abita in città o in pianura, l’idea di allenare 1000 metri di dislivello sembra un’utopia. Eppure, l’ambiente urbano offre un surrogato perfetto e spietato: le scale. L’allenamento sui gradoni è una delle metodologie più efficaci per simulare lo sforzo specifico di un Vertical Kilometer, concentrando un grande dislivello in uno spazio ridottissimo.

L’obiettivo non è semplicemente “fare le scale”, ma replicare l’intensità e la meccanica del KV. Questo significa cercare scalinate lunghe e ripide, come quelle di un parcheggio multipiano, le gradinate di uno stadio o le scalinate monumentali presenti in molte città italiane. La chiave è la continuità dello sforzo. L’allenamento deve essere strutturato in ripetute lunghe, mirando a mantenere un’alta frequenza cardiaca per diversi minuti, proprio come nel tratto centrale di una gara. Si possono alternare salite a gradino singolo, per lavorare sulla cadenza, a salite a gradino doppio, per potenziare la forza esplosiva. L’uso dei bastoncini, se possibile, aiuta a replicare fedelmente il gesto di gara. Questo tipo di allenamento non solo rafforza quadricipiti e glutei, ma condiziona il sistema cardiovascolare a lavorare a regimi altissimi, un adattamento fondamentale per il KV. Non a caso, la più famosa gara di corsa verticale al mondo, l’Empire State Building Run-Up, costringe gli atleti a salire 1.576 gradini, un test brutale di potenza e resistenza lattacida in un ambiente totalmente urbano.

Atleta si allena sui gradoni di una scalinata storica italiana al tramonto

Questo tipo di sessione, integrata una volta a settimana, può fare una differenza enorme. Allena la mente a gestire la monotonia dello sforzo ripetuto e insegna al corpo a reclutare le fibre muscolari in modo efficiente, anche quando l’ossigeno scarseggia. È la prova che per preparare le montagne, a volte, basta un palazzo di dieci piani.

La specificità del gesto è tutto, e le scale sono il simulatore più fedele a disposizione dell’atleta metropolitano.

Spinta alternata o doppia spinta: quale tecnica ti fa guadagnare minuti sul ripido?

Quando si usano i bastoncini su pendenze severe, non esiste una sola tecnica corretta. La scelta tra spinta alternata e spinta doppia dipende da una variabile fondamentale: l’inclinazione del terreno. Padroneggiare entrambe le tecniche e sapere quando passare dall’una all’altra è ciò che distingue un amatore da un esperto e può far guadagnare minuti preziosi in una gara di Kilometro Verticale.

La spinta alternata è il gesto più naturale e ritmico, simile allo sci di fondo. Il bastoncino si muove in opposizione alla gamba (gamba destra avanti, braccio sinistro avanti). Questa tecnica è ideale su pendenze moderate (fino al 25%) e sentieri regolari, poiché permette di mantenere una cadenza elevata e un ritmo cardiaco più stabile. È la tecnica dell’economia, del passo lungo e costante. La spinta doppia (o “a due a due”), invece, è un’esplosione di potenza. Entrambi i bastoncini vengono piantati contemporaneamente davanti al corpo e si esegue una trazione potente con tutta la parte superiore del corpo, spesso accompagnata da due o tre passi rapidi. È la tecnica del “power burst”, perfetta per superare ostacoli improvvisi, gradoni rocciosi o per affrontare i tratti più brutali, con pendenze superiori al 30%. Richiede più energia ma genera una propulsione verticale immensa. Come sottolinea Runner’s World Italia, per la massima efficacia, “La spinta del bastoncino deve terminare quando la mano è all’altezza del bacino per massimizzare la propulsione”.

La vera maestria sta nell’alternare fluidamente queste tecniche in base a come il sentiero si evolve sotto i piedi, utilizzando anche varianti come la spinta asimmetrica sui traversi ripidi per mantenere equilibrio e trazione.

Matrice decisionale per la scelta della tecnica di spinta
Pendenza Tecnica consigliata Vantaggi Terreno ideale
< 25% Spinta Alternata Ritmo cardiaco stabile, alta cadenza Sentieri regolari Dolomiti
25-30% Mista Adattamento alla situazione Terreni variabili
> 30% Spinta Doppia Power burst, superamento ostacoli Gradoni rocciosi valdostani
Traversi ripidi Spinta Asimmetrica Equilibrio e trazione Sentieri alpini esposti

Un atleta evoluto non subisce il terreno, ma vi si adatta istantaneamente, cambiando marcia con la stessa naturalezza con cui respira.

L’errore di andare fuori soglia nei primi 5 minuti di una gara che dura meno di un’ora

È il peccato capitale del neofita del Vertical Kilometer: la partenza a tutta. L’adrenalina della partenza, la voglia di non perdere contatto con il gruppo, la breve durata della gara (sotto l’ora per i più forti) spingono a un errore fatale: superare la propria soglia anaerobica nei primissimi minuti. Questo errore non si paga alla fine, ma quasi subito, trasformando il resto della gara in un calvario di gestione della sofferenza invece che in un’espressione di potenza.

Quando si supera la soglia anaerobica, il corpo inizia ad accumulare acido lattico nei muscoli a una velocità superiore a quella con cui riesce a smaltirlo. Si entra in un “debito di ossigeno” che ha conseguenze immediate: le gambe diventano pesanti e doloranti, il respiro si fa affannoso e la lucidità mentale cala. Il problema è che, una volta accumulato, il lattato richiede tempo per essere riconvertito in energia. Partire anche solo pochi battiti sopra la soglia può innescare un processo che, secondo alcuni studi, richiede almeno 10 minuti di sforzo a intensità ridotta per smaltire il lattato accumulato. In una gara di 40-50 minuti, questo significa compromettere irrimediabilmente la performance. La strategia vincente è l’opposto: un pacing progressivo o “negative split”. Si parte a un ritmo controllato, appena sotto la soglia, permettendo al corpo di “scaldarsi” e trovare il suo equilibrio. Solo nella seconda metà di gara, quando si ha una chiara percezione delle proprie energie residue, si può iniziare a spingere al limite.

Strategia di pacing dei campioni italiani di KV

Un esempio magistrale di gestione dello sforzo è la performance di Urban Zemmer, recordman del leggendario Vertical de Fully. Sul tracciato più ripido e brutale del mondo, ha stabilito un record stratosferico non partendo a razzo, ma gestendo la progressione in modo impeccabile, dimostrando che la vittoria in un KV si costruisce con il cervello, non solo con i muscoli.

La gara di Vertical non si vince nei primi 200 metri di dislivello, ma si può sicuramente perdere. La pazienza è l’arma più affilata dell’atleta intelligente.

Come sincronizzare il respiro con il passo per ritardare l’acidosi muscolare?

In salita, la sensazione di “gambe in fiamme” non è causata solo dalla fatica muscolare, ma dall’accumulo di acido lattico, un processo strettamente legato alla disponibilità di ossigeno. Una respirazione caotica e superficiale accelera l’arrivo dell’acidosi. Al contrario, una respirazione profonda, ritmica e sincronizzata con il passo permette di massimizzare l’apporto di ossigeno, migliorare lo smaltimento della CO2 e, di conseguenza, ritardare l’insorgere della fatica muscolare acuta.

La chiave è stabilire dei ritmi respiratori (rapporto tra passi e cicli di inspirazione/espirazione) e adattarli all’intensità dello sforzo. Non si tratta di una formula magica, ma di uno schema da allenare fino a renderlo automatico. L’obiettivo è passare da una respirazione prevalentemente toracica, tipica dello sforzo intenso, a una respirazione diaframmatica più profonda ed efficiente. Un’espirazione forzata e completa è altrettanto importante dell’inspirazione, perché permette di espellere quanta più anidride carbonica possibile, “facendo spazio” a nuovo ossigeno. Allenarsi a respirare in modo consapevole trasforma la respirazione da un atto involontario a uno strumento attivo di gestione della performance.

Ecco alcuni schemi pratici da sperimentare in allenamento per trovare il proprio ritmo ideale:

  1. Ritmo base (FC 60-70% max): Adotta una respirazione 2:2. Inspira per due passi, espira per i successivi due. Questo ritmo è sostenibile e ottimo per le fasi di riscaldamento o di sforzo moderato.
  2. Intensità media (FC 70-85% max): Passa a una respirazione 2:1. Inspira per due passi, ma esegui un’espirazione più breve e decisa in un solo passo. Questo aumenta la frequenza di scambio gassoso quando la richiesta di ossigeno cresce.
  3. Sprint finale o tratti ripidissimi (FC >85% max): Utilizza il ritmo 1:1. Un passo per inspirare, un passo per espirare, concentrandoti su un’espirazione potente e quasi “sibilante” per massimizzare l’espulsione di CO2.

Praticare 10 minuti di respirazione diaframmatica a riposo ogni giorno può migliorare notevolmente la consapevolezza e il controllo di questo meccanismo fondamentale.

Questo controllo non solo migliora la performance, ma abbassa anche la percezione dello sforzo, rendendo l’esperienza della salita più gestibile e, in ultima analisi, più veloce.

Perché l’uso corretto delle braccia abbassa la percezione dello sforzo nonostante aumenti il consumo di ossigeno?

Questo è uno dei paradossi più affascinanti della biomeccanica in salita. L’azione di spinta attiva delle braccia, sia durante la corsa che con i bastoncini, aumenta il consumo totale di ossigeno perché coinvolge una massa muscolare maggiore (spalle, dorsali, tricipiti). Eppure, la sensazione soggettiva per l’atleta è quella di una fatica minore e di una maggiore facilità di progressione. Come è possibile? La risposta sta nella distribuzione del carico di lavoro.

Quando si sale, il lavoro propulsivo è quasi interamente a carico degli arti inferiori. Coinvolgendo attivamente la parte superiore del corpo, si “scarica” una parte di questo lavoro dalle gambe, distribuendolo su un sistema muscolare più ampio. Anche se il motore (il sistema cardiovascolare) deve lavorare di più per alimentare tutti questi muscoli, nessun singolo gruppo muscolare viene spinto oltre il suo limite di affaticamento locale. In pratica, si evita che i quadricipiti o i glutei vadano in acidosi precoce. La percezione dello sforzo (RPE – Rate of Perceived Exertion) è strettamente legata alla fatica muscolare locale. Riducendo lo stress su un singolo distretto, anche a costo di un maggiore dispendio energetico globale, la sensazione generale è di maggiore controllo e minore sofferenza.

Questo principio spiega perché i corridori d’élite muovono le braccia in modo così marcato in salita. Non è un gesto accessorio, ma una tecnica di trasferimento di energia. Il movimento pendolare delle braccia contribuisce a generare una spinta verticale e a stabilizzare il tronco, migliorando l’economia del gesto complessiva. In un certo senso, si corre con quattro arti, non con due. L’obiettivo non è risparmiare energia in senso assoluto, ma gestirla in modo più intelligente per mantenere una velocità più elevata per un tempo più lungo.

Trasformare le braccia in un motore aggiuntivo è una delle abilità chiave che permette di superare i propri limiti sulle pendenze più estreme.

Perché il tendine d’Achille soffre di più nel dislivello e come rinforzarlo specificamente?

Il tendine d’Achille è l’anello debole di molti corridori quando si affronta un dislivello significativo, specialmente in salita. La ragione è legata all’estremo angolo di dorsiflessione della caviglia. Su pendenze ripide, per mantenere il contatto con il terreno e generare propulsione, la caviglia è costretta a flettersi molto di più rispetto alla corsa in piano. Questo allungamento ripetuto e sotto carico mette il tendine d’Achille e il muscolo soleo in una posizione di grande vulnerabilità e stress meccanico.

Una scarsa mobilità della caviglia aggrava ulteriormente il problema. Come sottolineato da esperti di biomeccanica, “Una caviglia rigida costringe il tendine a lavorare in un range ridotto e sub-ottimale”, aumentando il rischio di microtraumi che, nel tempo, possono evolvere in tendinopatia. Per questo motivo, un programma di rinforzo specifico non è un’opzione, ma una necessità per chiunque voglia affrontare il dislivello in sicurezza e con performance. Il metodo più efficace non è il rinforzo concentrico (la “salita” sui polpacci), ma quello eccentrico, che si concentra sulla fase di discesa controllata del tallone.

Il lavoro eccentrico ha dimostrato di essere estremamente efficace nel promuovere la rigenerazione del collagene tendineo e nel migliorare l’elasticità e la resistenza del tendine. Integrando un protocollo specifico nella propria routine si può costruire una vera e propria “armatura” per le proprie caviglie.

Il tuo piano d’azione: Protocollo di rinforzo per il tendine d’Achille

  1. Rinforzo Eccentrico (Metodo Stanish): Posizionati sul bordo di un gradino. Sali con entrambe le gambe, poi stacca una gamba e scendi lentamente solo con l’altra, controllando la discesa per circa 5 secondi fino a raggiungere il massimo allungamento. Esegui 3 serie da 15 ripetizioni per gamba, 2-3 volte a settimana.
  2. Tenute Isometriche: In posizione di massima flessione dorsale (tallone più in basso del gradino), mantieni la posizione per 30 secondi. Questo aiuta a ridurre il dolore e a stimolare il tendine in modo non dinamico. Esegui 3 serie.
  3. Mobilità Articolare: Prima di ogni uscita, dedica tempo alla mobilità della caviglia. Esegui 2 serie da 10 circonduzioni lente in entrambe le direzioni e 2 serie da 15 flessioni dorsali/plantari per “risvegliare” l’articolazione.
  4. Progressione del Carico: Inizia eseguendo gli esercizi a corpo libero. Dopo 4-6 settimane, quando il movimento è consolidato e non provoca dolore, puoi iniziare ad aggiungere un leggero sovraccarico (es. uno zaino con dei pesi).
  5. Audit Continuo: Ascolta il tuo corpo. Un leggero fastidio durante l’esercizio eccentrico può essere normale, ma un dolore acuto è un segnale per fermarsi e consultare uno specialista.

Un tendine forte ed elastico non è solo una protezione contro gli infortuni, ma anche un potente amplificatore di energia per una spinta più efficiente.

Punti chiave da ricordare

  • Su pendenze estreme (>20%), la camminata attiva con mani sulle ginocchia è biomeccanicamente superiore e più veloce della corsa.
  • La gestione della partenza è tutto: andare fuori soglia nei primi 5 minuti di un KV compromette l’intera gara a causa dell’accumulo di lattato.
  • I bastoncini in un Vertical non servono a “scaricare peso” come in un’ultra, ma a “generare potenza” aggiuntiva, agendo come un motore per la parte superiore del corpo.

Come utilizzare i bastoncini da trail per scaricare il 30% del peso dalle gambe nelle ultra distanze?

La domanda, posta in questi termini, nasconde una delle distinzioni tecniche più importanti tra le diverse discipline del trail running. Se in un ultra trail, dove la durata è di molte ore o giorni, l’obiettivo primario dei bastoncini è effettivamente quello di sostenere e scaricare peso per preservare i quadricipiti, nel contesto di un Kilometro Verticale la loro funzione è radicalmente diversa e molto più aggressiva.

In una gara breve ed esplosiva come un KV, l’obiettivo non è la conservazione, ma la massima espressione di potenza. I bastoncini diventano un’estensione delle braccia, trasformando la parte superiore del corpo in un motore propulsivo. Non si usano per “appoggiarsi”, ma per “tirarsi su”. La spinta è vigorosa, sincronizzata e finalizzata a generare spinta verticale aggiuntiva. Questo spiega perché nel KV si preferiscono bastoncini monopezzo in carbonio, estremamente rigidi e leggeri, che trasferiscono a terra ogni grammo di forza senza dispersioni. Secondo le analisi di performance di atleti d’élite, nel KV l’uso corretto dei bastoncini può tradursi in un 10-12% di aumento della potenza totale. È un guadagno enorme, che fa la differenza tra un buon tempo e un piazzamento sul podio.

Questa differenza di funzione si riflette in ogni aspetto, dalla scelta del materiale alla tecnica di utilizzo, come evidenziato nella tabella sottostante.

Differenze nell’uso dei bastoncini: Ultra vs Vertical
Aspetto Ultra Trail Vertical Kilometer
Obiettivo Scaricare peso (15-20%) Aggiungere potenza (10-12%)
Tipo bastoncini Pieghevoli, leggeri Monopezzo carbonio, rigidi
Lunghezza ideale Altezza x 0.70 Altezza x 0.72
Marchi italiani consigliati Fizan, Camp Fizan, Gipron, Camp

Comprendere che i bastoncini hanno un’anima diversa a seconda della distanza è l’ultimo passo per diventare un atleta completo. Ora hai la teoria, è il momento di applicarla sul campo, sperimentare sulla tua pelle e trovare il ritmo che trasformerà quel muro verticale nella tua rampa di lancio personale.

Scritto da Pietro Vitali, Guida Alpina UIAGM e Istruttore di Trail Running con 15 anni di esperienza nelle Dolomiti. Specializzato in sicurezza in ambiente montano e tecnica di corsa su terreni sconnessi.