Pubblicato il Marzo 15, 2024

La chiave per aumentare il chilometraggio non è la “regola del 10%”, ma la gestione del rapporto tra carico acuto (7 giorni) e cronico (28 giorni), noto come ACWR.

  • Un rapporto ACWR tra 0,8 e 1,3 minimizza il rischio di infortuni, mantenendolo sotto il 10%.
  • La Variabilità della Frequenza Cardiaca (HRV) al mattino è l’indicatore oggettivo per validare il recupero e decidere l’intensità dell’allenamento del giorno.

Raccomandazione: Inizia a tracciare quotidianamente il tuo carico di allenamento (Durata x RPE) e l’HRV mattutina per passare da una progressione basata su regole fisse a una gestione del carico dinamica e personalizzata.

Per ogni runner entusiasta, l’equazione sembra semplice: più chilometri equivalgono a prestazioni migliori. Questa spinta a progredire porta spesso ad aggrapparsi a una delle massime più note nel mondo della corsa: la “regola del 10%”, che sconsiglia di aumentare il volume settimanale di oltre il 10% per evitare infortuni. Sebbene nata da buone intenzioni, questa regola rappresenta un’euristica troppo semplicistica, incapace di cogliere la complessa interazione tra allenamento, recupero e stress individuale. Molti seguono la regola ma si infortunano ugualmente, mentre altri potrebbero progredire più velocemente senza rischi inutili.

Il problema di fondo è che la regola del 10% è cieca. Non tiene conto della base di allenamento costruita nelle settimane precedenti, né dello stato di recupero reale del corpo. È un modello statico applicato a un sistema dinamico: il corpo umano. Ma se la vera chiave non fosse seguire una percentuale fissa, ma piuttosto analizzare i dati come farebbe un analista? Se potessimo misurare l’impatto di ogni allenamento e la capacità del nostro corpo di assorbirlo? Questo è il cambio di paradigma che proponiamo: passare da una regola generica a un sistema di gestione del carico personalizzato e basato su dati oggettivi.

Questo articolo ti guiderà attraverso un approccio matematico e logico per aumentare il chilometraggio in modo sostenibile. Analizzeremo perché il carico delle ultime quattro settimane è fondamentale, come distinguere la stanchezza produttiva da quella pericolosa usando metriche come l’HRV, e come strutturare la periodizzazione per arrivare al picco di forma senza incappare in infortuni debilitanti come le fratture da stress. È ora di smettere di tirare a indovinare e iniziare a gestire il tuo allenamento con la precisione di un analista.

Per affrontare questo percorso in modo strutturato, esploreremo ogni aspetto della gestione del carico. Dal calcolo del rapporto ottimale tra sforzo recente e preparazione a lungo termine, fino alla pianificazione strategica in vista di una gara, ogni sezione fornirà strumenti analitici e pratici per ottimizzare i tuoi progressi.

Perché il carico delle ultime 4 settimane deve guidare quello della settimana corrente?

L’idea di aumentare il chilometraggio si scontra spesso con la paura dell’infortunio. La “regola del 10%” è un tentativo di mitigare questo rischio, ma il suo limite principale è l’assenza di contesto. Un aumento del 10% per un runner che ha corso 20 km la settimana precedente è molto diverso da un aumento del 10% per chi ne ha corsi 80. Un approccio più sofisticato e scientificamente validato è il monitoraggio del rapporto tra carico acuto e carico cronico (ACWR). Il carico acuto rappresenta lo stress da allenamento degli ultimi 7 giorni, mentre il carico cronico è la media del carico delle ultime 4 settimane, che riflette la tua preparazione fisica e la tua capacità di sopportare la fatica.

Questo rapporto è un indicatore predittivo del rischio di infortuni molto più accurato di una semplice percentuale. Mantenere l’ACWR in una “sweet spot” compresa tra 0,8 e 1,3 è la strategia ottimale. Un valore inferiore a 0,8 indica un “de-allenamento” (undertraining), mentre un valore superiore a 1,3 segnala un aumento troppo rapido del carico che espone a un rischio significativo. La ricerca dimostra che un incremento del carico superiore al 15% a settimana può aumentare il rischio di infortunio dal 21% al 49%. L’ACWR, invece, fornisce un quadro dinamico che ti permette di modulare il volume in base alla tua reale condizione.

Per calcolare il tuo carico, puoi usare una formula semplice: Carico di Allenamento = Durata (in minuti) x RPE (Scala di Percezione dello Sforzo, 1-10). Registrando questo valore ogni giorno, puoi facilmente calcolare il carico acuto (somma degli ultimi 7 giorni) e il carico cronico (media delle ultime 4 settimane). Questo metodo trasforma la gestione del volume da un’arte oscura a una scienza applicata, dove ogni decisione è guidata dai dati e non da regole arbitrarie.

Come distinguere la stanchezza “buona” da allenamento da quella “cattiva” che preannuncia infortuni?

Ogni runner conosce la sensazione di gambe pesanti dopo un allenamento impegnativo. Questa è la stanchezza “buona”, o sovraccarico funzionale: lo stimolo necessario al corpo per adattarsi e diventare più forte. Esiste però una stanchezza “cattiva”, il sovraccarico non funzionale, che è il precursore del burnout e degli infortuni. Distinguere le due è cruciale, e non basta “ascoltare il proprio corpo” in modo generico. Serve un protocollo di autovalutazione che combini sensazioni soggettive e dati oggettivi.

Il primo livello di analisi è la natura del dolore. I DOMS (indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata) sono un segnale di fatica buona: il dolore è diffuso, sordo e tendenzialmente simmetrico. Un dolore acuto, puntiforme, che peggiora con l’attività e persiste a riposo è invece un campanello d’allarme. Allo stesso modo, bisogna monitorare la risposta cardiaca. Se la frequenza a riposo al mattino è costantemente elevata o se durante l’allenamento il cuore “fa fatica a salire”, il sistema nervoso è probabilmente sotto stress. Il dato oggettivo più potente a nostra disposizione è però la Variabilità della Frequenza Cardiaca (HRV), un indicatore diretto dello stato del nostro sistema nervoso autonomo.

Una HRV stabilmente al di sotto della propria media di riferimento per più giorni consecutivi, unita a disturbi del sonno e a un calo della motivazione, è un forte segnale di allarme. Indica che il corpo non sta recuperando e che insistere con allenamenti intensi sarebbe controproducente, se non dannoso. La matrice seguente aiuta a fare una diagnosi differenziale chiara.

Per capire se il tuo corpo sta assimilando il carico o se sei sull’orlo di un infortunio, è fondamentale valutare una serie di parametri combinati. L’illustrazione che segue mostra un atleta nel rituale mattutino di controllo dei dati, un momento chiave per prendere decisioni informate.

Atleta controlla variabilità cardiaca con fascia cardio al risveglio

Come evidenziato in questa routine, la tecnologia moderna offre strumenti preziosi per oggettivare le sensazioni. Il confronto tra i dati soggettivi e quelli oggettivi è la base per una diagnosi accurata del proprio stato di forma.

Matrice di autovalutazione: segnali di fatica buona vs cattiva
Parametro Fatica ‘Buona’ (Adattamento) Fatica ‘Cattiva’ (Allarme)
Dolore muscolare Diffuso, sordo, simmetrico (DOMS) Acuto, puntiforme, asimmetrico
HRV mattutina Nella norma o lievemente ridotta (-10%) Sotto la media per 3+ giorni (-20%)
Frequenza cardiaca Normale risposta all’intensità Fatica a salire o troppo alta a riposo
Sonno Qualità normale, recupero notturno Disturbi, risvegli frequenti
Motivazione Presente nonostante la fatica fisica Calo progressivo, irritabilità

Ridurre il volume del 40% o fermarsi: cosa serve davvero per assimilare il lavoro fatto?

Nel ciclo di allenamento, il riposo non è l’opposto dell’allenamento, ma una sua parte integrante e fondamentale. È durante le fasi di recupero che avvengono gli adattamenti fisiologici, un processo noto come supercompensazione. Senza un adeguato recupero, l’allenamento diventa solo stress accumulato. La domanda non è “se” scaricare, ma “come” e “quanto”. Uno stop completo è raramente la soluzione migliore, a meno che non ci sia un infortunio conclamato. Una riduzione strategica del volume, o “settimana di scarico” (deload), è molto più efficace per permettere al corpo di assimilare il lavoro e ricostruire le riserve energetiche.

Una delle strategie di periodizzazione più comuni è lo schema 3:1, che prevede tre settimane di carico crescente seguite da una settimana di scarico. Durante questa settimana, il volume viene tipicamente ridotto del 30-50% rispetto alla settimana di picco precedente, mentre l’intensità può essere mantenuta con alcune sedute di qualità più brevi. Questo permette di non perdere gli adattamenti neuromuscolari mantenendo il corpo “brillante”, ma fornendo al contempo un recupero sistemico sufficiente.

Studio di caso: Schema di periodizzazione 3:1 per un runner amatoriale

Un runner che mira a un volume settimanale di 100 km può strutturare un blocco di allenamento in questo modo: 65 km nella prima settimana, 75 km nella seconda e 85 km nella terza. La quarta settimana diventa una fase di scarico attivo, in cui il volume scende a circa 50-60 km. Questo periodo di riposo relativo consente ai muscoli e ai tessuti connettivi di “digerire” il chilometraggio accumulato, riparare i microtraumi e consolidare la memoria muscolare, preparandosi per il successivo blocco di carico.

La supercompensazione non è un concetto astratto. Anche in questo caso, l’HRV ci viene in aiuto. Dopo un periodo di carico, seguito da un adeguato scarico, si osserva tipicamente un “rimbalzo” dell’HRV a valori superiori alla media. Questo indica che il corpo non solo ha recuperato, ma si è adattato a un livello superiore. Secondo alcuni studi, allenarsi quando l’HRV è in questa fase di picco può portare a miglioramenti prestativi fino al 15-20%. Lo scarico, quindi, non è tempo perso, ma un investimento strategico per la performance futura.

L’errore di tentare volumi da 100km a settimana se lavori 8 ore al giorno in piedi

Il modello ACWR è un potente strumento per gestire il carico di allenamento, ma ha una limitazione: misura solo lo stress indotto dalla corsa. Tuttavia, il corpo umano non distingue le fonti di stress. Lo stress totale a cui siamo sottoposti è una somma di stress fisico (allenamento, lavoro), psicologico (scadenze, relazioni) e ambientale (sonno, alimentazione). Un runner amatoriale che lavora otto ore al giorno in piedi come commesso, cameriere o operaio, subisce un carico fisico cronico che un impiegato d’ufficio non ha. Ignorare questo “carico non di allenamento” è un errore critico che porta a sovrastimare la propria capacità di recupero.

Tentare di seguire un piano da 100 km a settimana, magari copiato da un atleta professionista che dedica la giornata al recupero, è una ricetta per il disastro se il resto della tua vita è già impegnativo. Il tuo sistema nervoso e muscolo-scheletrico non ha la capacità di recuperare adeguatamente. In questo scenario, l’HRV diventa un indicatore ancora più prezioso. Se noti che la tua HRV mattutina è costantemente bassa anche con un carico di allenamento apparentemente ragionevole, è probabile che lo stress extra-allenamento stia erodendo le tue riserve. Invece di aggiungere più chilometri, la mossa più intelligente potrebbe essere quella di migliorare la qualità del sonno, ottimizzare l’alimentazione o inserire pratiche di recupero attivo come lo yoga o la meditazione.

Il volume di allenamento deve essere sempre contestualizzato al proprio stile di vita. La domanda da porsi non è “quanti chilometri posso correre?”, ma “quanti chilometri il mio corpo, data la mia vita, può sopportare e assimilare?”. Per un runner con un lavoro fisicamente impegnativo, 80 km a settimana ben recuperati sono infinitamente più produttivi di 100 km corsi in uno stato di affaticamento cronico.

Vista macro di agenda runner con piano settimanale allenamenti colorato

La pianificazione non deve considerare solo i chilometri da correre, ma anche gli impegni e le fonti di stress della vita quotidiana, creando un ecosistema sostenibile per l’atleta. La personalizzazione, in questo senso, è l’unica via per il successo a lungo termine.

Quando inserire le settimane di picco nel calendario annuale rispetto alla gara obiettivo?

La gestione del carico con l’ACWR si applica alla micro-gestione settimanale, ma deve essere inserita in una visione più ampia: la periodizzazione annuale. La periodizzazione è l’arte di organizzare l’allenamento in cicli specifici per arrivare al massimo della forma nel giorno della gara. Le settimane di picco, sia di volume che di intensità, non possono essere inserite a caso. Devono essere posizionate strategicamente in funzione della data dell’evento principale.

Lavorando a ritroso dalla data della gara, è possibile costruire una timeline precisa. La fase più critica è il tapering, il periodo finale di 2-3 settimane in cui il volume si riduce drasticamente per permettere al corpo di supercompensare e arrivare fresco alla linea di partenza. Di conseguenza, la settimana di picco di volume (il “lunghissimo” per una maratona) deve avvenire circa 3 settimane prima della gara. Anticiparla troppo rischierebbe di perdere parte degli adattamenti; posticiparla non lascerebbe tempo sufficiente per un recupero completo.

La settimana di picco di intensità, invece, dove si concentrano i lavori di velocità più impegnativi, dovrebbe precedere quella di picco di volume, circa 4-5 settimane prima della gara. Questo segue un principio logico: prima si costruisce la “velocità”, poi si allena la capacità di mantenerla sulla lunga distanza. Come sottolinea la redazione di Runner’s World Italia, la gestione di questi due parametri è un equilibrio delicato.

Aumenta gradualmente l’intensità degli allenamenti e, mentre lo fai, diminuisci il volume complessivo del 10% circa.

– Redazione Runner’s World Italia, La regola d’oro per costruire un programma di allenamento vincente

La tabella seguente mostra un esempio di timeline inversa per una maratona, applicabile a grandi eventi italiani come la Maratona di Roma, Firenze o Milano, illustrando come le diverse fasi si susseguono in modo logico.

Timeline inversa per la preparazione di una maratona
Settimana pre-gara Fase allenamento Volume (%) Focus principale
-8 a -6 Base 70-80% Costruzione resistenza aerobica
-5 Picco intensità 85% Lavori di velocità e soglia
-4 Mantenimento 90% Consolidamento ritmo gara
-3 Picco volume 100% Lungo massimale (32-35km)
-2 Tapering iniziale 70% Riduzione volume, mantenimento intensità
-1 Tapering finale 40-50% Recupero, attivazione neuromuscolare
0 Gara 42.195km Performance ottimale

L’errore di scambiare una frattura da stress per una semplice periostite tibiale

Un aumento troppo aggressivo del chilometraggio, specialmente se l’ACWR rimane costantemente sopra 1.5, espone a un rischio elevato di infortuni da sovraccarico. Tra i più insidiosi ci sono la periostite tibiale e la frattura da stress, due patologie che colpiscono la tibia ma che hanno gravità e protocolli di gestione radicalmente diversi. Confonderle è un errore comune ma pericoloso. La periostite è un’infiammazione del periostio (la membrana che ricopre l’osso), mentre la frattura da stress è una micro-frattura dell’osso stesso. Continuare a correre su una frattura da stress può trasformarla in una frattura completa, con tempi di recupero lunghissimi.

La chiave è una diagnosi differenziale tempestiva. Il dolore della periostite è tipicamente più diffuso, sordo e si estende lungo il margine interno della tibia. Il dolore di una frattura da stress è invece molto più localizzato e acuto, spesso descritto come se ci fosse una “scheggia” nell’osso, e può essere evocato premendo su un punto specifico. Ricerche indicano che mantenere un ACWR superiore a 1.5 per due settimane consecutive aumenta il rischio di frattura da stress fino al 40%. Questo dato sottolinea l’importanza di un monitoraggio analitico del carico.

Un test pratico e molto efficace che ogni runner può eseguire è il “test del salto su una gamba”. Questo semplice protocollo può aiutare a distinguere le due condizioni e a prendere la decisione giusta: ridurre il carico o fermarsi completamente e cercare un consulto medico.

Checklist: Protocollo di diagnosi differenziale per il dolore tibiale

  1. Posizionamento: Mettiti a piedi nudi su una superficie piana e stabile, come il pavimento di casa.
  2. Equilibrio: Solleva una gamba e mantieni l’equilibrio sull’altra, quella dove avverti il dolore.
  3. Test: Esegui una serie di 5-10 piccoli saltelli sul posto, atterrando sull’avampiede.
  4. Valutazione (Dolore diffuso): Se avverti un dolore sordo e diffuso lungo la tibia, è probabile che si tratti di periostite. L’azione correttiva è una riduzione del volume del 30-40% e l’analisi delle possibili cause (es. scarpe, biomeccanica).
  5. Valutazione (Dolore acuto): Se durante i salti avverti un dolore acuto, intenso e localizzato in un punto preciso, il sospetto di frattura da stress è alto. L’azione correttiva è uno STOP immediato dalla corsa e la programmazione di una visita medica entro 48 ore.

Perché l’HRV mattutina è il miglior indicatore del tuo stato di recupero fisico?

La Variabilità della Frequenza Cardiaca (HRV) è una delle metriche più rivoluzionarie per gli atleti di endurance. Misura la variazione, in millisecondi, dell’intervallo di tempo tra un battito cardiaco e il successivo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un cuore sano non batte come un metronomo; una maggiore variabilità è indice di un sistema nervoso autonomo (SNA) in salute, adattabile e pronto a rispondere agli stimoli. L’HRV mattutina, misurata in condizioni di riposo totale appena svegli, fornisce una fotografia precisa e oggettiva del nostro stato di recupero, molto più affidabile della sola frequenza cardiaca a riposo.

Un’HRV nella norma o superiore alla propria baseline indica che il corpo ha recuperato bene dallo stress (allenamento, vita quotidiana) ed è pronto per un nuovo stimolo allenante. Un’HRV costantemente bassa, invece, segnala che il ramo “simpatico” del SNA (quello del “combatti o fuggi”) è dominante, indicando affaticamento, stress accumulato o l’inizio di una malattia. In queste condizioni, un allenamento intenso non solo sarebbe inefficace, ma potenzialmente dannoso, poiché il corpo non ha le risorse per adattarsi.

Studio di caso: Il sistema a semaforo basato sull’HRV

Molti atleti utilizzano un semplice sistema a “semaforo” per guidare le decisioni quotidiane. Verde: l’HRV è nella norma o alta; via libera per l’allenamento intenso previsto. Giallo: l’HRV è leggermente sotto la media di riferimento; è consigliabile sostituire l’allenamento di qualità con una corsa facile o recupero. Rosso: l’HRV è significativamente soppressa; la scelta migliore è un giorno di riposo completo o recupero molto attivo (es. camminata). Affrontare sessioni dure con valori bassi rende improbabile ottenere benefici, perché il corpo non risponde adeguatamente allo stimolo e aumenta solo lo stress complessivo.

L’HRV è estremamente sensibile a tutti i fattori di stress. Ad esempio, è scientificamente provato che il consumo di alcol ha un impatto negativo e duraturo. Secondo analisi specifiche, l’alcol può sopprimere l’HRV per un periodo che arriva fino a 5 giorni, compromettendo significativamente il recupero e gli adattamenti. Monitorare l’HRV non serve solo a gestire l’allenamento, ma a sviluppare una consapevolezza maggiore di come lo stile di vita impatta la nostra fisiologia.

Da ricordare

  • Il rapporto ACWR (carico acuto/cronico) tra 0.8 e 1.3 è un indicatore di rischio infortuni più affidabile della regola del 10%.
  • L’HRV mattutina è il dato oggettivo chiave per valutare il recupero e decidere se affrontare un allenamento intenso o optare per una seduta più leggera.
  • Lo stress totale (lavoro, sonno, vita privata) impatta la capacità di recupero tanto quanto l’allenamento stesso e deve essere considerato nella pianificazione.

Come distribuire le sedute di qualità e quantità nella settimana per arrivare freschi al lungo domenicale?

Una volta compresi i principi di gestione del carico e di monitoraggio del recupero, il passo finale è tradurli in una struttura settimanale coerente. L’obiettivo è distribuire le sedute di qualità (alta intensità) e di quantità (volume) in modo da massimizzare gli adattamenti e arrivare al “lungo” domenicale, la seduta chiave per la resistenza, con le energie necessarie per eseguirlo al meglio. L’approccio più validato è il modello di allenamento polarizzato, spesso riassunto nella regola 80/20.

Questo modello prevede che circa l’80% del volume di allenamento settimanale sia svolto a bassa intensità (corsa facile, in zona aerobica, dove si può conversare), mentre solo il 20% sia dedicato a lavori di alta intensità (ripetute, tempo run, progressivi). Questo approccio permette di costruire una solida base aerobica senza accumulare eccessivo affaticamento, riservando le energie per rendere davvero efficaci le poche sedute di qualità. Concentrare le sedute intense, ad esempio, il martedì e il giovedì, permette di inserire giorni di corsa facile o riposo tra di esse e prima del lungo domenicale.

Un errore comune è correre i giorni “facili” a un ritmo troppo sostenuto, trasformandoli in un allenamento di media intensità. Questo “buco nero” dell’allenamento non è abbastanza leggero per favorire il recupero, né abbastanza intenso per stimolare adattamenti significativi, portando solo a un accumulo di fatica che compromette sia le sedute di qualità che il lungo. Per questo, la disciplina nel rispettare le basse intensità è tanto importante quanto l’impegno nei lavori veloci. Come afferma l’allenatore Stephen Furst, il timing del recupero è cruciale.

La regola d’oro delle 48 ore: inserire sempre almeno 2 giorni di corsa facile o riposo tra due sessioni ad alta intensità.

– Stephen Furst, Ex All-American runner e allenatore Raleigh Distance Project

Una tipica settimana polarizzata per un runner amatoriale potrebbe vedere il lunedì come riposo o recupero attivo, il martedì dedicato a ripetute brevi, mercoledì e venerdì a corse facili, il giovedì a un lavoro a ritmo controllato (come una tempo run), e il sabato una breve corsa facile in preparazione del lungo della domenica, che da solo può costituire il 35-40% del volume settimanale.

La struttura settimanale è il telaio su cui si costruisce la performance. Per affinare la tua pianificazione, è utile rivedere le strategie di distribuzione delle sedute di allenamento.

Ora che possiedi un modello analitico per la gestione del carico, il passo successivo è applicarlo. Inizia a raccogliere i tuoi dati di allenamento e di recupero per costruire il tuo profilo personale e prendere decisioni sempre più informate e sicure.

Scritto da Roberto Gatti, Tecnico Federale FIDAL e Allenatore di IV Livello specializzato in lunghe distanze su strada. Esperto di periodizzazione dell'allenamento e analisi dati per maratoneti.