Pubblicato il Novembre 12, 2024

La transizione all’appoggio di mesopiede non è un cambio di tecnica, ma una rieducazione del corpo ad ascoltarsi, possibile in poche settimane se fatta con prudenza.

  • L’obiettivo non è forzare un appoggio, ma riscoprire l’ammortizzazione naturale dell’arco plantare e del polpaccio.
  • La chiave è iniziare con micro-dosi di stimoli, come 5 minuti di corsa scalza, e distinguere la fatica buona dal dolore d’allarme.

Raccomandazione: Invece di cambiare tutto subito, integrate la nuova tecnica solo per il 20% delle vostre corse più lente, concentrandovi sulle sensazioni e non sulla performance.

Sei un runner e atterri sul tallone. Lo sai, forse te l’hanno detto, e hai letto ovunque che passare a un appoggio di mesopiede potrebbe renderti più efficiente e meno soggetto a infortuni. C’è solo un problema: la paura. La paura di infiammare i polpacci, di scatenare una tendinite achillea o, semplicemente, di sbagliare qualcosa e farsi più male di prima. Questa preoccupazione è legittima e, di fatto, è il motivo per cui molti corridori, pur desiderando cambiare, rimangono intrappolati in una tecnica che sentono non essere ottimale.

Il consiglio più comune che si sente è “sii graduale”, ma cosa significa veramente? Il rischio è interpretare questo consiglio come un semplice “sforzati di meno”, senza una vera strategia. Si prova a cambiare appoggio durante l’uscita lunga del weekend, e il risultato è un dolore lancinante al polpaccio per tutta la settimana successiva. La frustrazione porta ad abbandonare, convincendosi che “l’appoggio di mesopiede non fa per me”.

E se il vero segreto non fosse forzare una nuova tecnica, ma piuttosto rieducare il corpo a trovare la sua corsa più naturale? L’approccio che esploreremo in questa guida è controintuitivo: non si tratta di “imparare” a correre di mesopiede, ma di “disimparare” le abitudini che ci impediscono di farlo. È un percorso di ascolto propriocettivo, fatto di piccoli esperimenti e di un’attenzione quasi maniacale ai segnali che il nostro corpo ci invia. Non una rivoluzione da un giorno all’altro, ma un’evoluzione controllata.

In questo articolo, seguiremo un percorso progressivo e sicuro. Partiremo dal capire perché il nostro corpo possiede già i migliori ammortizzatori, impareremo a riattivarli con esercizi semplici, definiremo un piano pratico per integrare la nuova meccanica senza traumi e, soprattutto, impareremo a distinguere la normale fatica muscolare dai campanelli d’allarme che ci dicono di rallentare. L’obiettivo è completare questa transizione in circa tre settimane, costruendo una base solida per una corsa più consapevole e meno traumatica.

Per guidarvi in questo percorso di cambiamento, abbiamo strutturato l’articolo in sezioni chiare e progressive. Ogni tappa affronta una domanda specifica o un errore comune, fornendo risposte pratiche e consigli basati sull’esperienza e la biomeccanica. Potete consultare il sommario per navigare tra i vari argomenti e trovare subito le informazioni che cercate.

Perché l’arco plantare e il polpaccio sono ammortizzatori migliori della gomma della scarpa?

L’industria delle calzature da running ci ha abituati a pensare che la soluzione agli impatti della corsa sia esterna: più gomma, più gel, più ammortizzazione. Eppure, il corpo umano ha evoluto per milioni di anni un sistema di sospensioni incredibilmente sofisticato. Questo sistema si basa su una struttura geniale: l’arco plantare, il tendine d’Achille e il muscolo del polpaccio. Quando atterriamo di mesopiede, questo sistema agisce come una molla, che noi definiamo “ammortizzatore biologico”. Si carica di energia elastica al momento dell’impatto e la restituisce nella fase di spinta, rendendo la corsa più efficiente e meno traumatica.

Al contrario, l’atterraggio sul tallone (heel striking) bypassa quasi completamente questo meccanismo. Il piede impatta il suolo con un angolo che invia un’onda d’urto diretta verso le articolazioni superiori: ginocchio, anca e colonna vertebrale. La scarpa ammortizzata può solo smorzare parzialmente questo shock, ma non può eliminarlo. È un po’ come guidare un’auto con sospensioni rotte su una strada dissestata: si può mettere un cuscino sul sedile, ma le scosse arriveranno comunque alla schiena. Non a caso, secondo i dati raccolti dall’Università di Pavia, quasi il 50% dei corridori sperimenta almeno un infortunio ogni anno, spesso legato a sovraccarico.

Sfruttare l’ammortizzatore biologico porta a tre vantaggi biomeccanici fondamentali. Primo, una maggiore efficienza energetica, poiché si riutilizza l’energia elastica accumulata nel tendine d’Achille. Secondo, una riduzione delle forze di impatto, perché l’ammortizzazione è distribuita su più articolazioni che lavorano in sinergia. Terzo, una migliore attivazione del sistema propriocettivo: il piede, ricco di recettori nervosi, “legge” il terreno e permette al sistema nervoso di adattare la risposta muscolare in tempo reale, migliorando stabilità ed equilibrio.

La transizione al mesopiede non è quindi solo un vezzo tecnico, ma una scelta consapevole per tornare a usare il corpo per come è stato progettato: un’incredibile macchina da corsa efficiente e resiliente.

Come usare 5 minuti di corsa scalza sull’erba per “insegnare” al piede come atterrare?

Il modo più rapido ed efficace per iniziare la vostra rieducazione neuromuscolare non richiede scarpe speciali o attrezzi costosi, ma un piccolo pezzo di prato. L’esercizio è semplice: toglietevi le scarpe e i calzini e provate a correre per cinque minuti su un’erba morbida e sicura. Non pensate alla tecnica, non cercate di forzare un appoggio. Limitatevi a correre e ad ascoltare.

Cosa succede quando corriamo scalzi? Il piede, liberato dalla “prigione” ammortizzata della scarpa, diventa incredibilmente sensibile. Se provaste ad atterrare di tallone, sentireste immediatamente una sensazione sgradevole, un colpo secco che il cervello interpreta come un segnale di pericolo. Istintivamente, senza che voi dobbiate pensarci, il corpo adatterà l’appoggio per evitare il dolore. Molto probabilmente, inizierete ad atterrare più piatti, sulla parte centrale o leggermente avanzata del piede. Questo è il vostro corpo che vi “insegna” la via per un impatto più morbido.

Questo esercizio, come dimostrato in uno studio italiano su runner amatoriali, è una forma potentissima di biofeedback. Il terreno stesso diventa il vostro allenatore. L’obiettivo di questi 5 minuti non è fare un allenamento, ma risvegliare la propriocezione del piede. È una micro-dose di stimolo che ricorda al vostro sistema nervoso come funziona un atterraggio sicuro. Per chi è abituato a scarpe molto strutturate, la sensazione può essere intensa: sentierete lavorare muscoli del piede e della caviglia che erano quasi dormienti.

Dettaglio dei piedi nudi di un runner sull'erba verde di un parco italiano durante l'esercizio di sensibilizzazione

Come potete osservare nell’immagine, il contatto con l’erba costringe il piede a una reattività che la gomma annulla. Integrate questa pratica all’inizio o alla fine delle vostre corse normali, due o tre volte a settimana. Consideratela una sorta di “igiene del piede”, un momento per ricalibrare le sensazioni e portare quella memoria propriocettiva con voi anche quando indosserete di nuovo le scarpe.

È il primo, fondamentale passo per passare da un movimento imposto a un movimento sentito, gettando le basi per una transizione che viene dal corpo e non solo dalla testa.

Correre sulle punte (sprinting) o piatto: quale è l’errore comune di chi abbandona il tallone?

Una volta deciso di abbandonare l’appoggio di tallone, l’errore più comune è cadere nell’eccesso opposto: iniziare a correre sulle punte. Molti runner confondono l’appoggio di mesopiede (midfoot strike) con l’appoggio di avampiede (forefoot strike). Questa confusione è pericolosa e porta quasi inevitabilmente a un sovraccarico del polpaccio e del tendine d’Achille, esattamente gli infortuni che si volevano evitare.

L’appoggio di avampiede, o “sulle punte”, è una tecnica da sprinter, funzionale per scatti brevi e potenti dove la reattività è massima. Mantenerlo per una corsa di fondo è biomeccanicamente insostenibile e stressante. L’obiettivo della transizione, invece, è un atterraggio “piatto”, dove la parte centrale e l’avampiede toccano terra quasi simultaneamente, con il tallone che si appoggia delicatamente subito dopo per dare stabilità, senza però subire la forza dell’impatto iniziale. Per visualizzare la differenza, pensate di saltare la corda: atterrereste naturalmente sul mesopiede, non sul tallone né sulla punta estrema.

Per evitare di cadere in questo errore, un parametro fondamentale da monitorare è la cadenza, ovvero il numero di passi al minuto. Spesso, chi atterra di tallone ha anche una falcata troppo ampia e una cadenza bassa. Aumentare leggermente la cadenza, puntando a circa 170-180 passi al minuto, come suggerito dagli esperti di biomeccanica, aiuta a ridurre l’overstriding (atterrare con il piede troppo avanti rispetto al baricentro) e favorisce un appoggio più naturale sotto il corpo.

Il seguente quadro riassume le differenze chiave per chiarire ogni dubbio.

Differenze tra i tipi di appoggio nella corsa
Tipo di appoggio Caratteristiche Rischi
Tallone Tipico della corsa lenta, tempo di contatto prolungato Maggior impatto su ginocchia e schiena
Mesopiede Distribuzione ottimale delle forze, uso dell’energia elastica Richiede adattamento graduale
Avampiede/Punte Tipico dello sprint, massima reattività Sovraccarico polpacci e tendine d’Achille

Ricordate: l’obiettivo non è diventare un centometrista, ma un corridore di fondo più efficiente. Il vostro appoggio deve essere rilassato, silenzioso e sostenibile per chilometri, non esplosivo e faticoso dopo pochi metri.

L’errore di provare la nuova tecnica durante una mezza maratona distruggendosi i muscoli non abituati

L’entusiasmo è il peggior nemico di una transizione sicura. Dopo aver provato la corsa scalza e aver capito la differenza tra mesopiede e avampiede, la tentazione è quella di applicare subito la nuova tecnica a tutta la durata dell’allenamento. Peggio ancora, provarla in una gara o in un’uscita lunga. Questo è il biglietto di sola andata per un infortunio. I muscoli dei polpacci, i tendini e le strutture del piede non sono ancora condizionati a sopportare questo nuovo tipo di carico per un tempo prolungato.

La chiave è trattare la nuova tecnica come un farmaco potente: va somministrata a piccole dosi. Il principio più efficace è la regola dell’80/20. Iniziate applicando il nuovo appoggio solo per il 20% del vostro tempo di corsa, preferibilmente durante le fasi meno intense come il riscaldamento e il defaticamento. Per il restante 80%, correte come avete sempre fatto, senza pensarci. Questo permette al corpo di adattarsi gradualmente, costruendo la resistenza necessaria senza traumi.

Un altro aspetto fondamentale è l’intensità. Come sottolinea una figura autorevole della corsa in Italia, Orlando Pizzolato:

Le corse di transizione devono essere fatte a uno sforzo dove potresti conversare facilmente, per permettere al cervello di concentrarsi sulla nuova meccanica senza l’affanno della performance.

– Orlando Pizzolato, MisterManager – Tecnica di corsa

Applicare la nuova tecnica quando si è in affanno spinge il corpo a tornare ai suoi schemi motori più consolidati e aumenta il rischio di errori e tensioni. Per guidarvi, ecco un piano d’azione pratico basato sulla progressione graduale.

Il tuo piano d’azione: la regola del 20% per una transizione sicura

  1. Settimana 1: Applica la nuova tecnica solo per il 20% delle tue corse più facili (es. 10 minuti su una corsa di 50). Concentrati sulla sensazione, non sulla velocità.
  2. Settimana 2: Se non avverti dolori anomali, mantieni il 20% ma prova a essere più consapevole della cadenza e dell’atterraggio sotto il corpo.
  3. Settimana 3: Aumenta progressivamente al 30-40% del tempo di corsa, sempre a bassa intensità. Se i polpacci si affaticano, torna al 20%.
  4. Monitoraggio: Ascolta il tuo corpo il giorno dopo l’allenamento. Un leggero indolenzimento è normale, un dolore acuto no.
  5. Consolidamento: Solo dopo 3-4 settimane di progressione indolore puoi pensare di aumentare ulteriormente la percentuale, fino a rendere il nuovo appoggio il tuo standard.

La pazienza in questa fase non è una virtù, ma una necessità strategica. Meglio impiegare un mese per cambiare in sicurezza che sei mesi per recuperare da un infortunio.

Come distinguere l’affaticamento normale del polpaccio da un inizio di contrattura pericolosa?

Durante la transizione, i vostri polpacci lavoreranno di più. È inevitabile e, in parte, desiderabile: significa che state usando correttamente il vostro “ammortizzatore biologico”. Un leggero indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata (i cosiddetti DOMS), che appare 24-48 ore dopo l’allenamento e scompare in un paio di giorni, è un segnale positivo di adattamento. È la fatica “buona”.

Il problema sorge quando questo fastidio si trasforma in dolore. Imparare a riconoscere la “soglia di allarme” è l’abilità più importante che un runner possa sviluppare. Il dolore “cattivo” ha caratteristiche precise: è acuto, puntiforme e non scompare con il riscaldamento, anzi, tende a peggiorare durante la corsa. Potreste sentirlo come una “stilettata” o un indurimento simile a un “sasso” nel muscolo. Quello non è affaticamento, è un potenziale infortunio (contrattura, stiramento) che bussa alla porta.

Un’attenzione particolare merita il tendine d’Achille. Un dolore localizzato proprio sul tendine, specialmente al mattino appena scesi dal letto, è un classico campanello d’allarme per una tendinopatia, un’infiammazione che può diventare cronica se ignorata. La tendinopatia achillea non è un evento raro: studi riportati da portali specializzati italiani indicano un’incidenza fino a 15 casi su 100 corridori, soprattutto durante cambi di allenamento o calzature. Se avvertite questo tipo di dolore, la regola è una sola: stop immediato.

Cosa fare se si supera la soglia di allarme? I protocolli di recupero utilizzati nei centri di fisioterapia italiani sono chiari: nella fase acuta, il riposo è fondamentale, associato a ghiaccio e, se necessario, farmaci antinfiammatori sotto controllo medico. Insistere sulla corsa trasformerà un problema risolvibile in pochi giorni in una condizione che potrebbe tenervi fermi per mesi. Le tendiniti semplici, se trattate subito, guariscono in circa un mese, ma se cronicizzano richiedono terapie più invasive come onde d’urto o laserterapia.

Ricordate: il corpo comunica costantemente con noi. La fatica è un dialogo, il dolore è un monologo che ci ordina di fermarci. Ascoltatelo.

Come modificare l’appoggio del piede per ridurre l’onda d’urto sulla colonna vertebrale?

Molti runner iniziano la transizione al mesopiede per motivi legati a polpacci o ginocchia, ma uno dei benefici più significativi e spesso trascurati riguarda la salute della schiena. L’atterraggio di tallone, come abbiamo visto, genera un’onda d’urto che si propaga verticalmente lungo l’arto inferiore fino alla colonna vertebrale. Con migliaia di passi per ogni corsa, questo stress cumulativo può contribuire a dolori lombari e problemi posturali. Non è un problema di pochi, dato che, come confermato da esperti come Fulvio Massini, si stima che circa il 70% dei podisti appoggi prevalentemente di tallone.

Modificare l’appoggio del piede è il primo passo, ma per massimizzare la protezione della colonna vertebrale, dobbiamo considerare l’intera catena cinetica. L’obiettivo è trasformare l’impatto verticale in un movimento più orizzontale e fluido. Questo si ottiene non solo cambiando dove si appoggia il piede, ma anche *come* e *dove* atterra rispetto al corpo. Il principio chiave è far atterrare il piede sotto il proprio centro di massa (baricentro), e non davanti.

Per raggiungere questo obiettivo, ecco quattro principi biomeccanici da integrare gradualmente nel vostro stile di corsa:

  • Atterrare sotto il baricentro: Immaginate una linea retta che scende dalla vostra spalla, passa per l’anca e arriva a terra. Il piede dovrebbe atterrare il più vicino possibile a quella linea, non metri più avanti.
  • Aumentare la cadenza: Come già accennato, fare passi più brevi e più frequenti riduce naturalmente la tendenza ad allungare la gamba in avanti e atterrare sul tallone.
  • Attivare i glutei: I glutei sono i muscoli più potenti del corpo e agiscono come ammortizzatori superiori. Esercizi specifici come squat, affondi e ponti per i glutei sono essenziali per stabilizzare il bacino e assorbire le forze d’impatto prima che raggiungano la zona lombare.
  • Mantenere una postura eretta ma rilassata: Immaginate di essere tirati verso l’alto da un filo attaccato alla sommità della testa. Questo aiuta a mantenere la schiena dritta e il bacino in posizione neutra, permettendo una migliore distribuzione dei carichi.

Cambiare l’appoggio del piede non è solo una questione di piedi: è una riprogrammazione globale del vostro modo di muovervi, con benefici che si estendono fino alla punta della spina dorsale.

L’errore di passare a un drop zero quando hai il tendine d’Achille corto o infiammato

Nel mondo del natural running, le scarpe a “drop zero” (dove tallone e avampiede sono alla stessa altezza dal suolo) sono spesso viste come il Sacro Graal. L’idea è che un drop basso favorisca un appoggio di mesopiede. Sebbene questo sia teoricamente vero, passare da una scarpa tradizionale (con 10-12 mm di drop) a una a drop zero da un giorno all’altro è uno degli errori più pericolosi, specialmente per chi ha un tendine d’Achille poco elastico o già infiammato.

Il drop di una scarpa solleva il tallone, riducendo la tensione e l’allungamento richiesto al polpaccio e al tendine d’Achille durante la corsa. Rimuovere bruscamente questo supporto costringe queste strutture a un lavoro extra per cui non sono preparate. È come togliere le rotelle a un bambino e spingerlo giù da una discesa. Prima di considerare una scarpa a drop zero, è fondamentale valutare la propria flessibilità. Un test semplice è il “test del muro”: mettetevi di fronte a un muro, con un piede avanti e uno indietro. Provate a toccare il muro con il ginocchio della gamba anteriore mantenendo il tallone del piede posteriore a terra. Se non riuscite a farlo con facilità, il vostro tendine d’Achille è probabilmente “corto” e un passaggio a drop zero sarebbe prematuro e rischioso.

Runner italiano che esegue il test del muro per valutare la flessibilità del tendine d'Achille

La transizione del drop, come quella della tecnica di appoggio, deve essere estremamente graduale. L’ideale è ridurre il differenziale di 2-4 mm alla volta, dando al corpo mesi, non giorni, per adattarsi a ogni nuovo step. Ad esempio, se correte con una scarpa da 10 mm di drop, il passo successivo dovrebbe essere una scarpa da 6-8 mm, non una da 0-4 mm. Usate la nuova scarpa a basso drop solo per le corse più brevi e facili, alternandola con la vecchia.

La seguente tabella, basata sulle raccomandazioni comuni degli specialisti, offre una guida visiva per una transizione del drop sicura.

Scala di transizione del drop consigliata
Drop attuale Primo step (3-6 mesi) Secondo step (6-12 mesi) Obiettivo finale
10-12mm 6-8mm 4-6mm 0-4mm (se adatto)
8-10mm 6mm 4mm 0-4mm (se adatto)
6-8mm 4mm Mantenere o provare 0mm Personalizzato

Ricordate: la scarpa è uno strumento al servizio del vostro corpo, non un dogma a cui il corpo deve sottomettersi. La scarpa migliore è quella che vi permette di correre in modo efficiente e senza dolore, qualunque sia il suo drop.

Da ricordare

  • La transizione sicura al mesopiede è una rieducazione del corpo, non una forzatura della tecnica.
  • Iniziate con micro-dosi, come 5 minuti di corsa scalza o applicando la nuova tecnica solo al 20% delle corse facili.
  • Imparate a distinguere l’indolenzimento da adattamento (buono) dal dolore acuto (segnale di stop).

Perché cercare di copiare la falcata dei campioni kenioti può essere dannoso per la tua struttura fisica?

Guardare Eliud Kipchoge fluttuare sull’asfalto è pura poesia in movimento. La sua falcata leggera, la cadenza elevata, l’appoggio perfetto. La tentazione di provare a imitarlo è forte, ma è un’illusione pericolosa. Cercare di copiare la biomeccanica di un atleta d’élite, specialmente uno con una struttura fisica e una storia evolutiva così diverse dalla nostra, è una ricetta per la frustrazione e l’infortunio.

Studi di biomeccanica condotti anche in Italia hanno evidenziato come i runner di élite dell’Africa orientale possiedano spesso caratteristiche anatomiche uniche, come tendini d’Achille più lunghi ed elastici. Queste caratteristiche, frutto di millenni di evoluzione in un ambiente specifico, permettono loro di immagazzinare e restituire energia elastica con un’efficienza irraggiungibile per un runner amatoriale europeo. Inoltre, sono cresciuti correndo su superfici naturali come strade sterrate, che favoriscono uno sviluppo diverso rispetto a chi corre da sempre su asfalto o sanpietrini.

Il punto non è imitare il “come”, ma capire il “perché”. Invece di copiare la forma estetica della loro falcata, dobbiamo estrarre i principi biomeccanici universali che la rendono efficace. Questo concetto è espresso magnificamente da Daniele Vecchioni, pioniere del Correre Naturale in Italia:

Non imitare la falcata di Eliud Kipchoge, ma impara i principi universali che applica: alta cadenza, atterraggio sotto il corpo, postura eretta. L’obiettivo è trovare la TUA corsa più efficiente.

– Daniele Vecchioni, Correre Naturale

Il vostro corpo non è quello di un campione keniota. Avete la vostra storia, la vostra anatomia, i vostri punti di forza e le vostre debolezze. La transizione al mesopiede non ha come fine quello di trasformarvi in qualcun altro, ma di sbloccare la versione più efficiente di voi stessi. Si tratta di un percorso individuale di scoperta, guidato dalle sensazioni e dal rispetto per i propri limiti.

Il vostro obiettivo finale non è correre come Kipchoge, ma correre al meglio delle vostre possibilità, senza infortuni, per molti anni a venire. E questo si ottiene ascoltando il proprio corpo, non imponendogli un modello irraggiungibile.

Scritto da Chiara Morelli, Fisioterapista Sportiva e Posturologa specializzata nel trattamento delle patologie del running. Esperta in biomeccanica della corsa e prevenzione infortuni.